Tag: solitutidine
Lun
29
Apr
2019
morto dentro
era l'ennesima notte in cui non dormivo.
tutte quelle sedute non cambiavano nulla in me. ero sicuro che fosse solo una perdita di tempo. avevo lo sguardo vuoto, perso tra pensieri negativi che pareva facessero a gara a chi mi facesse disperare di più. tutte le emozioni che percepivo mi facevano male qualunque tipo di emozioni fossero. avevo fatto dell' apatia mio scudo e quindi non ero più abituato a sentirmi deluso. era come un effetto collaterale.
quella mattina, al contrario delle altre, ci misi di meno ad alzarmi. feci la doccia e mi preparai per dirigermi alla seduta con la solita faccia da schiaffi di chi lo fa perché obbligato. mi rivedo spesso in un bambino che vuole giocare ma deve fare ciò che gli dice la mamma.
allacciai le scarpe persi due minuti nel farne su una e iniziai a incamminarmi verso la fermata dell'autobus. era un giornata che prospettava bene, si sentivano i primi odori di primavera e il sole iniziava a scaldare le persone in modo timido.
arrivai 25 minuti in anticipo, del resto era calcolato, così mi fermai alla solita panchina nel sentiero dietro il palazzo dove stava l'ufficio dello psichiatra. fumai la solita canna prima della seduta, quella che mi permette di espormi agli altri con maggior sicurezza. fumavo e fissavo dai buchi della rete il laghetto che avevo difronte. sembravo un carcerato che assaporava la libertà solo guardandola.
"medito su il problema ed il problema è che medito"
diceva. entrai e mi ricevettero praticamente subito.
aveva di nuovo spostato tutti i mobili dello studio, in maniera da renderlo un posto nuovo ad ogni seduta. leggeva di parecchi studi e immagino facesse parte di determinate condizioni per mettere a proprio agio i suoi pazienti più disagiati come me. apprezzavo il tentativo ma non ho mai dato rilevanza allo sfondo.
mi offrii una tazza di caffè e ci mise due cucchiai di zucchero, ormai conosce i miei gusti.
come sempre tentai di dribblare le solite domande senza risposta.
"come stai?" "miglioramenti?" "pensi ancora al suicidio come soluzione?"
ormai sapeva chi ero. sapeva che le stavo dicendo quello che uno psichiatra vorrebbe sentirsi dire. sapeva che sotto sotto ero una merda.
poi dopo una discussione piuttosto accesa sul perché io non collabori lei se ne uscii con una domanda provocatoria quanto giusta. " i tuoi amici che adesso sono consapevoli di ciò che stai passando scommetto avranno cambiato modo di trattarti, ti dà fastidio avere tutte queste attenzioni o sei felice di vedere che ora che sanno si preoccupano?" una domanda del genere ebbe in me un effetto devastante. mi mise sotto il naso ciò che ignoravo.lei abituata a così tanti casi mi stava dicendo che era normale l'aumento delle attenzioni da parte dei miei amici.
ma in realtà nulla era cambiato. anzi i rapporti si stavano probabilmente slacciando da lì in poi. ciò vuol dire che non mi vogliono bene?
o che hanno paura di me?
dopo quei secondi di riflessione finsi che aveva ragione e che loro mi stessero stressando l'anima per distrarmi e fare cose a tal punto da infastidirmi.
ma la verità era un'altra.
la verità è che anche se mai fu mio scopo avere le loro attenzioni in quel momento ne sentivo la mancanza. avevo notato la totale assenza di dimostrazioni d'affetto da parte loro. del resto dopo le sceneggiate che hanno fatto quando gli raccontavo dei due tentati suicidi forse sarebbe stato lecito aspettarsi un po di sostegno. invece 0, anzi.
avevo mancanza di amore e d'amicizia.
non mi sentivo solo, quello capitava spesso che sia per mia volontà o no, quella volta mi sentivo abbandonato.
avevo una sola persona e passavamo il nostro tempo a scopare per fingere di amarci. si perché lei era come me. tutto l'amore che non abbiamo mai ricevuto noi lo mettevamo nel sesso.
dagli altri, quelli che dovrebbero essere i miei amici, nulla.
come se tutto fosse passato dal giorno alla notte.
fu una gran botta a primo impatto. capire che le persone che stimi oltre a schifo poco piu fanno.ormai sono in pace solo se da solo.
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