Lun
14
Ott
2019
Perdonatemi per il papiro
Intorno ai 16 anni cado in depressione e verso i 19 la situazione diventa insostenibile. Ho alternato periodi di bulimia a periodi di anoressia, attacchi di panico, disturbi del sonno. Mi vergognavo di me stessa, della vita malsana che conduceva perciò mi sono isolata e fino ai 23 anni ho nascosto alla mia famiglia tutto quello che potevo, come ad esempio i disturbi alimentari.
Apro una parentesi: la mia famiglia stava vivendo una precarietà economica tale da non riuscire a volte neanche a pagare le bollette, per questo ho sempre dovuto lavorare a partire dall'ultimo anno di liceo. Da una parte benedico quella necessità che mi costringeva ad alzarmi la mattina e cominciare a vivere nonostante la malattia. Facevo lavori part-time nella settimana e quando riuscivo lavoravo nel weekend. Mi pagavo così l'accademia, le spese personali e la terapia. (non lo dico per farmi dire "brava", ma perché serve a capire il resto) .
A 24 anni decido che o guarisco, o muoio, così entro in terapia e mi concedo il lusso di sperare un'ultima volta prima di tagliarmi le vene come progettavo morbosamente da tempo. La terapista mi dice che la psicoterapia da sola non era sufficiente per la mia condizione e mi consiglia di vedere anche uno psichiatra. La ascolto e mi vengono prescritti un antidepressivo e un ansiolitico. Le dosi iniziali erano bassissime e non sentivo alcun effetto. Ho raggiunto gradualmente il dosaggio necessario nell'arco di circa un mese e poco dopo ho cominciato a sentirmi meglio. (anche il percorso psichiatrico serve per capire)
Torniamo indietro, inizio la terapia. Pochi giorni dopo sul lavoro incontro un uomo, un cliente. Io vi ricordo che mi ero isolata, niente amici, niente legami ed ero affamata di umanità, ma la mia vita era così complicata da tutti quei disturbi che anche un aperitivo per me era difficile da sostenere visto che non riuscivo a tenermi il cibo nello stomaco ad eccezione di pochissimi alimenti.
Lui si chiama Luca,è bellissimo, tenero, dice le parole giuste al momento giusto e mi da sollievo. Mi invita uscire, accetto e quella sera gli spiego che ho dei problemi e che non so se riesco a portare avanti una relazione. Lui non si scompone, è comprensivo e dice che gli piace la mia compagnia, tanto gli basta per volermi frequentare. Mi consola, mi dice che posso superare tutto e che non devo farlo da sola, che posso contare su di lui.
I giorni successivi sono stati un continuo crescendo di attenzioni e di amore. Mi ha messa su un piedistallo e adorata come una dea. Mi diceva che nessuno mai potrà amarmi come lui, nessuno mai potrà capirmi come lui. Lui era diventata la medicina anche quando le medicine non facevano effetto. Io vivevo di lui che era l'unica fonte di sollievo in quella disperazione. Ero dipendente come da una droga.
Questo idillio è durato la bellezza di 2 settimane, poi ha cominciato a pretendere che io smettessi di lavorare. Ogni volta che io gli dicevo che non potevo uscire con lui perché dovevo lavorare lui mi rispondeva senza scomporsi "nella vita avrai quello che vuoi. Vuoi il lavoro? Avrai il lavoro. Vuoi me? Avrai me." Io ero dipendente da lui, ma non potevo smettere di lavorare con quella situazione in famiglia. Poi ha cominciato a a pretendere un figlio. Diceva che ero egoista perché non volevo un figlio e soprattutto ero egoista perché non volevo dare un figlio all'uomo che mi amava sopra ogni cosa e che per amore era disposto a mantenere me e il bambino. Faccio presente che lo conoscevooL da poco più di 2 settimane e che Luca viveva a casa di sua madre e non lavorava sufficientemente per mantenere proprio nessuno, neanche sé stesso. Quando gli facevo notare questo piccolo dettaglio ero materialista, attaccata al soldo.... E io ero dipendente da lui.
Un giorno lo chiamo, è a casa. Durante la conversazione mi blocca e sua madre gli dice qualcosa che non ricordo bene. Lui comincia a urlare, offenderla. "Sei una fallita, non vali niente come madre e come donna". Ero allibita. Gli dico che ha esagerato e sposta tutto il discorso su di me. A detta sua non potevo dire a nessuno come comportarsi visto che non riuscivo nemmeno ad accettare i miei limiti e continuavo a lavorare invece di passare la palla ai miei genitori o a lui. Mi diceva che avevo la sindrome da wonder woman.
Le medicine ancora non le sentivo, io ero ancora dipendente da Luca, la psicoterapia mi sembrava inutile. Le settimane che seguono sono state un alternanza isterica e imprevedibile di tenerezza infinita, insulti e pressioni psicologiche. Continuava a chiedermi un figlio, e abbiamo smesso di fare sesso perché io non lo desideravo. "Gli organi riproduttivi si chiamano così perché servono a riprodursi, altrimenti si sarebbero chiamati gli organi della scopata". Oltre che egoista anti-vita, ero una poco di buono perché mi piace il sesso fine a sé stesso. Lui invece "posso vivere di sola poesia",diceva...Diceva, ma godeva intanto. Non andava bene nulla in me e non importa quale fosse il mio comportamento, non andava bene a prescindere. Lui invece era il santo che mi sopportava in virtù di un amore infinito. Ogni tanto invece ero la sua dea, e mi dava una dose di benessere che mi teneva ancorata a lui.
Arriva il momento in cui i farmaci cominciano a fare effetto e io comincio a cambiare punto di vista. Invece di chiedermi cosa non va in me, comincio a chiedermi cosa non va in lui. Anche negli altri ambiti della vita va meglio, non vomito più, dormo un numero di ore decenti, aumenta il mio rendimento nello studio.
Una mattina gli mando un messaggio e non mi risponde. Ho pensato che magari era occupato o aveva la batteria scarica, non mi sono allarmata,. Dopo qualche ora mi chiama arrabbiatissimo perché io dovevo preoccuparmi di quell'assenza. Io dovevo stare in pensiero, scrivergli e chiamarlo di continuo. Sono diventata l'ingrata menefreghista. E chissà cosa stavo facendo anziché preoccuparmi di lui! Chissà con chi stavo! E che l'ha visto che è mi ero connessa a whatsapp e chissà a chi scrivevo!
L'ho mandato a cacare e non l'ho più sentito. In quel giorno ogni volta che entravo su whatsapp mi mandava un messaggio con scritto "eccola" o "beccata". Alla fine l'ho bloccato.
Questa storia l'ho affrontata in terapia solo dopo la rottura perché io non mi ero neanche accorta che lui si stava comportando male verso di me. Non mi sentivo manipolata. È stato bravissimo e io avevo il prosciutto sugli occhi. Ad oggi ho capito tante cose, ho capito ad esempio che la dipendenza lui non voleva che fosse solo emotiva ma lui voleva rendermi dipendente anche economicamente e strumentalizzando la nascita di un figlio. Ha approfittato spudoratamente della mia malattia e del mio isolamento sociale.
Lui l'ho perdonato, anche se sono convinta che distruggerà altre ragazze e che per questo andrebbe internato insieme alla sua patologia merdosa. Ma non riesco a perdonare me stessa per essermi fatta manipolare in quel modo, per aver abbassato la guardia, per non essermi accorta di nulla. Benedetti psicofarmaci che mi hanno fatto aprire gli occhi.
15 commenti
E' un classico. Si chiama abuso narcisistico. Per strane ragioni qui sul forum non piace il termine narcisista: me l'hanno contestato più volte.
Comincia con una love bomb poi arrivano i problemi. Tu non ci sei cascata; se fosse successo avresti subito le fasi successive: la svalutazione e tutto il resto. Sei riuscita a sfuggirgli quasi subito.
Bene, storia a lieto fine.
Psicoterapia e terapia farmacologica come sono andate a finire? Perché così sembra un po' la publlicità degli psicofarmaci oculistici. Cioè, a te gli psicofarmaci hanno ridato la vista. E' successo col Viagra: farmaco per l'angina, sperimentato su cavie maschie aveva un duro effetto collaterale.
Il resto è storia. Nel blu dipinto di pillola.
Old lo so, in terapia mi è stato spiegato che questo disgraziato era proprio un narcisista patologico da manuale. Purtroppo, nonostante sia durata poco, lui ha approfittato della mia malattia per far progredire le sue intenzioni malate velocemente e la fase della svalutazione era già in atto quando l'ho lasciato.
Comunque... Bene per il resto. Le terapie combinate mi hanno restituito la vita. Mi è rimasta una sensazione sottopelle di apprensione ora che so quanto è semplice perdere il controllo. Mi riferisco alla depressione, non a Luca. Sto lavorando anche su questo, ma gli psicofarmaci non li prendo più, faccio solo psicoterapia (così smorziamo l'effetto pubblicità).
Secondo me sei stata bravissima, lodi a parte sono davvero contento per te. Hai seguito la strada "giusta" o quantomeno quella che più gli si avvicina per risolvere questi problemi o - come succede a molti in condizioni anche peggiori - per dargli una bella smossa. Non sono mai sforzi buttati perché di solito portano almeno un cambio di prospettiva. Saprai da te che il vero scoglio è ingranare. Qualcuno dice di aver provato questo o quest'altro ma se stai a vedere non ha mai davvero iniziato... Purtroppo è comunissimo. Non pensare troppo a questo tizio, un'esperienza nel complesso negativa che tuttavia ha fatto parte a suo modo del processo. Non farsi sensi di colpa lo devi innanzitutto a te stessa, anche se è abbastanza inutile anche in generale.
Joe non passavo da un po', non ricordo bene se ti ho mai contestato, ma ti dico come la vedo io: anche i ritratti più foschi del "narcisista patologico" sono innanzitutto lo strumento utilizzato da un sacco di gente - per ragioni culturali soprattutto donne - per dare senso e nome ad una esperienza relazionale negativa purtroppo mal superata (o non compresa). Il paradosso sta in questo: le donne (e alcuni uomini) che rimangono ancorate a una delusione di questo tipo per anni hanno un quadro tutto sommato più grave di quello che con ogni sforzo linguistico ed espressivo cercano di attribuire al "mostro" in questione. Un mostro che, non a caso, tengono in vita con costanza commovente; ne parlano ossessivamente, lo raccontano a tutti, ricordano infimi dettagli dopo un decennio, meccanismo che alla lunga offusca tutti gli aspetti più prosaici della vicenda. Così facendo, in linea di massima, si tiene lontana l'unica circostanza che sarebbe davvero utile per conoscersi davvero e superare il trauma, cioè l'umanizzazione, la reductio che consente di specchiarsi in quel partner, di riconoscere il grado di agentività personale che ha portato al coagularsi di quel sodalizio, quando c'è stato. Del resto, ammesso che il "narcisista patologico" abbia un problema più o meno grave (ed è certamente possibile) stiamo parlando di un malattia o di infamia? Perché si utilizza il linguaggio della psicopatologia? Per il semplice fatto che è il più persuasivo e diffamatorio ai fini ritorsivi di cui sopra, non certo per amore di scienza o del benesseredell'ex-partner. Che ne è poi di questi mostri? Non è mai ben chiaro nel racconto, ma a parte casi particolarmente gravi (sostanze ecc.) nella mia esperienza la narrazione si infrange contro circostanze che, viste da fuori, non hanno granché di eccezionale. Ho sentito di ipotetici mostri che si sono sposati con altri, che hanno avuto storie tutto sommato funzionali, che continuano a vivere una vita imperfetta... Ma è la loro vita.Perché si utilizza il linguaggio della psicopatologia? Per il semplice fatto che è il più persuasivo e diffamatorio
Mica tanto... I narcisi esistono e hanno un disturbo del comportamento. Che il termine venga utilizzato spesso impropriamente é un altro discorso. Penso anche che a volte si senta la necessità di dare un nome a qualcosa che non si capisce, a un comportamento che ci ferisce e tentando di razionalizzarlo si inciampa in paroloni che suonano bene, ma che non sono pertinenti. Non per tutti l'intenzione è diffamatoria. A volte si sostituisce l'appellativo di "mostro" con "disturbato" proprio per restituirgli umanità. Altre volte si parla davvero di persone disturbate con cognizione di causa.
ABOUT NARCISIMO PATOLOGICO
Anonimo alle 19:33 del 14-10-2019
"Joe non passavo da un po', non ricordo bene se ti ho mai contestato, ma ti dico come la vedo io: anche i ritratti più foschi del "narcisista patologico" sono innanzitutto lo strumento utilizzato da un sacco di gente - per ragioni culturali soprattutto donne - per dare senso e nome ad una esperienza relazionale negativa purtroppo mal superata (o non compresa). Il paradosso sta in questo: le donne (e alcuni uomini) che rimangono ancorate a una delusione di questo tipo per anni hanno un quadro tutto sommato più grave di quello che con ogni sforzo linguistico ed espressivo cercano di attribuire al "mostro" in questione. Un mostro che, non a caso, tengono in vita con costanza commovente; ne parlano ossessivamente, lo raccontano a tutti, ricordano infimi dettagli dopo un decennio, meccanismo che alla lunga offusca tutti gli aspetti più prosaici della vicenda. Così facendo, in linea di massima, si tiene lontana l'unica circostanza che sarebbe davvero utile per conoscersi davvero e superare il trauma, cioè l'umanizzazione, la reductio che consente di specchiarsi in quel partner, di riconoscere il grado di agentività personale che ha portato al coagularsi di quel sodalizio, quando c'è stato. Del resto, ammesso che il "narcisista patologico" abbia un problema più o meno grave (ed è certamente possibile) stiamo parlando di un malattia o di infamia? Perché si utilizza il linguaggio della psicopatologia? Per il semplice fatto che è il più persuasivo e diffamatorio ai fini ritorsivi di cui sopra, non certo per amore di scienza o del benesseredell'ex-partner. Che ne è poi di questi mostri? Non è mai ben chiaro nel racconto, ma a parte casi particolarmente gravi (sostanze ecc.) nella mia esperienza la narrazione si infrange contro circostanze che, viste da fuori, non hanno granché di eccezionale. Ho sentito di ipotetici mostri che si sono sposati con altri, che hanno avuto storie tutto sommato funzionali, che continuano a vivere una vita imperfetta... Ma è la loro vita. "
Da qualche parte ho il titolo di un video di Valentina Poletti che trovate sul tubo - dovrei cercarlo - che dà la definizione corretta di NARCISISTA. Non ho voglia di cercarlo a quest'ora, però potrei farlo in futuro. Fatto sta che il termine è piuttosto estensivo, ed è difficile sbagliarsi nell'uso, dopo aver studiato un po' l'argomento.
Tratti narcisistici sono comuni a tutti, e come spesso accade, non c'è una linea di confine ben precisa fra il "normale" e il patologico.
Ci sono due caratteristiche base che delineano il narcisista socialmente pericoloso: la mancanza di empatia (1), che si riflette in un comportamento manipolatorio sugli altri (2) che per lui sono "cose". Biologicamente questa mancanza di empatia è rilevabile (non so con quali strumenti però lo fanno) nella mancata attivazione dei cosiddetti neuroni specchio. nei soggetti "normali" i neuroni specchio si attivano di fronte alla sofferenza di un altro essere vivente. C'è compartecipazione alla sofferenza dell'altro, sia animale domestico, sia persona umana. Nel soggetto narcisista patologico c'è la mancata attivazione di tali neuroni. Posto di fronte alla sofferenza altrui, il NP non sente un cazzo.
Questo test dice molto. Basta pensarci un attimo. Immaginate il Soggetto A ("normale" che chiamerò medio) che si trova di fronte a una disgrazia qualsiasi in cui uno o più soggetti (B) stiano soffrendo, magari urlando dal dolore perché sono feriti gravemente. A sarà "toccato" inevitabilmente dalla sofferenza di B. Se A è NP, come già detto in linguaggio spicciolo, "non sentirà un cazzo di niente".
E abbiamo definito un punto base.
Girando per il web ho trovato una cosa "buffa": molte vittime di relazioni abusive (la peggiore credo sia quella dei figli di genitori narcisti, se non altro per la durata temporale, da 0 anni di età fino alla maggiore età, come minimo) si sono sorprese e hanno dichiarato "Ah, si chiama così? Non lo sapevo ma è quello che ho vissuto."
C'è un'evoluzione culturale e storica. Certi studi hanno dato risultati solo a partire degli anni 90 del secolo XX. In particolare gli studi sulla sindrome da stress post traumatico sono cominciati solo dopo il ritorno in patria dei reduci della guerra del Vietnam. Tutti colpiti da sindrome da stress post traumatico.
Un buon testo sull'argomento stress è "The body keeps the score" di Bessel Van Der Kolk (in italiano tradotto come "Il corpo accusa il colpo"). Già che ci siamo ringrazio la persona che me l'ha segnalato anni fa, una simpatica ragazza che per la privacy chiameremo Marina. Così se per caso si trovasse a leggere questa pagina, si riconoscerà e si ricorderà di me.
Andiamo a toccare un secondo argomento già accennato: la manipolazione.
Anche lì non ci sono confini ben definiti fra il normale e il patologico, stante il fatto che la comunicazione è manipolazione. Non può esserci comunicazione senza manipolazione.
Per questo concetto si rimanda al testo "Pragmatica della comunicazione umana" scritto da Paul Watzlawick in collaborazione con J.H. Beavin e D.D. Jackson, e pubblicato nel 1967. Testo famosissimo, un classico della psicologia, e autore altrettanto famoso (uno dei principali esponenti della cosiddetta Scuola di Palo Alto).
Andiamo infine al nucleo centrale: la parte culturale di tutta la faccenda.
Sarò sbrigativo.
Sono d'accordo sul fatto che, per esclusione di argomenti, dopo aver parlato di narcisismo, stress, manipolazione e comunicazione, il resto sia tutto relativo ai contesti culturali locali e a un contesto culturale più generico, globale e globalizzato.
Non sto a ribattere punto su punto. Mi si chiede come la penso e l'Anonimo ha detto come la pensa, oltre a porre dei quesiti.
Io penso che ci siano dei modelli culturali sbagliati che vengono dal passato, oltre a una diffusa ignoranza e mancanza di educazione alla socializzazione, e che queste siano le cause culturali dei rapporti sbagliati fra persone.
Ma così si va a finire in politica. A qualcuno l'ignoranza delle masse fa comodo. La religione poi, va a colpire l'individuo fin dall'infanzia. Conosco solo l'influsso di quella cattolica; non ne conosco altre, però sono nato in Italia, quindi quello cattolico l'ho subito parecchio, come tutti i miei connazionali.
Il mio giudizio è, ovviamente, negativo: la religione cattolica imprigiona gli individui in schemi mentali repressivi e anche violenti. Per me la croce è un simbolo di morte (se po' di'? E' opinione personale, anzi emozione personale). C'è molto terrorismo nella Bibbia e Sacre Scritture. Tu uomo, ti guadagnerai il pane col sudore della fronte! Tu, donna, partorirai con dolore... E tutti e due skianterete. Se invece non avevate mangiato la mela eravate immortali. Ma purtroppo, in mezzo a questa storia dela mela ce stamo dentro tutti. Pure i neonati. E i nati a venire. Sto peccato originale è stato la nostra rovina. Di chi fu la colpa? La donna! Fu lei che la offrì a Adamo. Mannaggia. Per tacer del serpente.
Ma lassamo perde. E' meglio.
Si parla di relazioni umane. Relazioni di coppia. La vittima, mi dicono, è (quasi) sempre la donna. Chissà perché.
Ormai è no stereotipo.
Ma qui famo notte, anzi mattina.
Dico solo: chi ha mai ricevuto, in Italia, uno straccio di educazione alla socializzazione e alla sessualità?
Io noto che l'uomo medio è a un livello piuttosto basso sul tema. E la donna idem. L'uomo predatore e la donna gne gnè.
Questo è ciò che penso, a grandi linee.
Non c'è solo il narcisismo, c'è anche la codipendenza. Altra patologia complementare (nel rapporto a due c'è in ambe le parti). Anche qui tratti sfumati. Non c'è un limite ben preciso fra il normale e il patologico.
Concludendo, tenendo conto di queste varie componenti (forse ne ho saltata qualcuna, non so), ognuno può farsi un'idea sul tutto.
"ti dico come la vedo io: anche i ritratti più foschi del "narcisista patologico" sono innanzitutto lo strumento utilizzato da un sacco di gente - per ragioni culturali soprattutto donne - per dare senso e nome ad una esperienza relazionale negativa purtroppo mal superata (o non compresa). "
Non saprei quale linguaggio alternativo dovrebbero usare per dare un senso alla loro esperienza. Quindi bocciato in partenza chi usa linguaggio scientifico. Dovrebbero esprimersi in altro modo. Ma come?
"Il paradosso sta in questo: le donne (e alcuni uomini) che rimangono ancorate a una delusione di questo tipo per anni hanno un quadro tutto sommato più grave di quello che con ogni sforzo linguistico ed espressivo cercano di attribuire al "mostro" in questione. Un mostro che, non a caso, tengono in vita con costanza commovente; ne parlano ossessivamente, lo raccontano a tutti, ricordano infimi dettagli dopo un decennio, meccanismo che alla lunga offusca tutti gli aspetti più prosaici della vicenda. Così facendo, in linea di massima, si tiene lontana l'unica circostanza che sarebbe davvero utile per conoscersi davvero e superare il trauma, cioè l'umanizzazione, la reductio che consente di specchiarsi in quel partner, di riconoscere il grado di agentività personale che ha portato al coagularsi di quel sodalizio, quando c'è stato. "
Gli aspetti sono due: il tempo necessario alla guarigione dal trauma. Sono tempi molto lunghi.
Altro aspetto proposto è il mancato riconoscimento della corresponsabilità personale. E' possibile. Certi profili codipendenti attirano profili abusanti e a volte si incastrano perfettamente con l'altro profilo. Inoltre essere stati vittime predispone ad esserlo di nuovo. La classica sequenza di relazioni sbagliate. La gente che si chiede "Perché li trovo tutti io?". Certo che c'è un motivo.
"Così facendo, in linea di massima, si tiene lontana l'unica circostanza che sarebbe davvero utile per conoscersi davvero e superare il trauma, cioè l'umanizzazione, la reductio che consente di specchiarsi in quel partner, di riconoscere il grado di agentività personale che ha portato al coagularsi di quel sodalizio, quando c'è stato. "
No. All'umanizzazione e alla reductio ci si arriva alla fine del processo di elaborazione delesperienza vissuta. Non si può arrivarci prima.
In sostanza tu stai affermando che le vittime utilizzano un linguaggio tecnico per estremizzare il loro vissuto e mostruosizzare il partner avversario.
Inoltre affermi che si lamentino a sproposito. Può darsi che qualcuno lo faccia, ma mi sembra che sia malizioso accusare le vittime di usare il linguaggio "per" e si chieda che non si lamentino.
Queste cazzo di vittime si lamentano anche! Ma come si permettono! E che fastidio che danno. Sarebbe il caso di "zittarle".
Non sto a perdere tempo con risposte ai dettagli. Vedo che un po' di latinorum c'è, quindi sei in grado di trovare le risposte da solo. Ho trattato l'argomento a sufficienza.
Saluti.
Quando stiamo annegando e ci viene tesa una mano, non guardiamo in faccia di chi è. La prendiamo e solo quando veniamo tratti in salvo e ci sentiamo al sicuro vediamo chi abbiamo di fronte. Tu avevi di fronte uno che è meglio perdere che trovare. Adesso cerca di non cadere di nuovo in acqua. C'è anche chi non è fortunato e annega nell'attesa di trovare qualcosa a cui aggrapparsi.
Oldjoe sei molto preparato sul tema del narcisismo,e anche io (tristemente)ormai lo sono. Sono cresciuta in una famiglia interamente di narcisisti patologici, è stato terribile nella misura in cui sembrano anche personalità brillanti e molto carismatiche. Sarà una semplice etichetta, come ha detto qualcuno, un modo per dare un nome a qualcosa altrimenti di inspiegabile, si possono usare tutti gli alibi che vogliamo, ma funziona. Io da quando ho capito "il mostro" di malattia in cui sono cresciuta, da cui ignara ero circondata, ho saputo anche come difendermene. Fino a quel momento, senza un nome, non avevo idea di trovarmi in circostanze simili. Fu una scoperta per me agghiacciante, mi sembro'come quando nei film fanno capire all'improvviso la verità, che fino a quel momento ti era inaccessibile.
Il risultato di tale conquistata verità esuccessiva autodifesa è stato comunque devastante: ho dovuto tagliare i ponti non solo con i familiari narcisisti,ma anche con tutti i conoscenti e le persone vicino a loro, perché avevano creato rapporti malsani con tutti,che in qualche modo si riflettevano sulla mia persona. Mi ero trovata a confrontarmi sempre con persone o che li idolatravano, che erano nei loro confronti servili e pieni di ammirazione, o con persone ostili e chiuse a loro, e quindi anche a me. Vivevo tutto per intercessa persona, il loro modo di fare era totalizzante, assoggettivante,persuadente,destabilizzante. Si parlerebbe di loro per tutta la vita, mentre loro neanche nominano te perché gli toglierebbe per un attimo le attenzioni. Chi è stato vittima di abuso narcisistico non si riprende più, ci vogliono anni per uscirne e i postumi sono salati. Nell'assurdo vivere sotto il loro dominio sembra al confronto la soluzione migliore, perché almeno si ha un "padrone" e la vita, nella sua follia, presenta un copione fisso. Invece quando si decide di tirarsi fuori da quello schema, tra le incomprensioni di tutti a cui tu sembri improvvisamente cambiata, ci si ritrova poi abusati, soli e senza più ne un padrone ne un copione, e si prova un vuoto che definire vertiginoso è poco. Io ci sto ancora "lavorando" su, i progressi sono all'ordine del giorno, ma la fatica e il prezzo da pagare è molto salato, in primis l'incomprensione di tutti,narcisisti inclusi, che non si spiegano il tuo comportamento. Cioè come un orso che tiene in scacco matto uno scoiattolo,e non si spiega il perché questo tenta di sfuggirgli. Per loro davvero sarebbe naturale avere tutti intorno come pedine, tutti da usare come oggetti in base alle loro strategie ed esigenze, e non ce ne è per nessuno, figli o parenti inclusi, anzi sono le prime vittime.
Spero di aver dato anche io il mio contributo, come testimonianza, e sfogante hai fatto benissimo a tirartene fuori, ti avrebbe fatto vivere l'inferno in terra, sei riuscita a salvarti subito e il tuo istinto di autoconservazione si è attivato ben presto, vuol dire che funziona benissimo. Ora pensa solo alla tua vita, se puoi cerca di non nominarlo più, essendo stato una presenza di passaggio, ti passerà vedrai.
gentile joe, innanzitutto non c'è l'intento di zittire nessuno. al contrario la pratica psicoterapeutica ha fini piuttosto pragmatici che vanno in direzione opposta. il problema, semmai, è che ciò che chiamiamo molto genericamente nevrosi tende a sovrapporsi come un frastuono alla voce di chi soffre, ne distorce la capacità espressiva, produce meccanismi ricorsivi sia attuali che ideativi nascondendo, di fatto, i traumi reali che hanno prodotto la nevrosi stessa come "alternativa" ad una certa evoluzione della personalità. questi sono concetti banali - migliorabili e migliorati - su cui non vanto nessun copyright.
quanto ai discorsi sul "narcisista patologico", mettiamola così: il sapere psicologico, come altre forme di sapere, è un sistema di convenzioni a cui si può attingere per dare senso a circostanze altrimenti subite irrazionalmente. non c'è nulla di inedito in questo, la religione è forse la fabbrica di senso più nota ed antica per disciplinare e interpretare l'esistenza umana (e naturalmente: la morte). ci sono tuttavia corsi e ricorsi storici. la psicologia non è religione, ma una pratica terapeutica che ha precisi contesti di impiego razionale. perché un termine quasi-tecnico diventa una voce popolare? perché non prima o dopo? per capirlo bisognerebbe addentrarsi in questioni culturali un po' complesse, ma quello che ti sto dicendo è che oggi tra youtube, sfoghiamoci, venti gruppi facebook, libri autoprodotti e non, il tema ha un seguito impressionante. ciò suggerisce l'esistenza di un problema che, nel complesso, è più grave e ostinato di quelli che i profili definiti alla bisogna "narcisisti patologici" producono da generazioni. il termine oggi è un passepartout che si riferisce in realtà a una moltitudine di soggetti più (o meno) adattati, più (o meno) disturbati su traiettorie anche piuttosto diverse. inoltre, il narcisismo c'entra nella misura in cui c'entra per chiunque, in primis la schiera delle vittime autodesignate.
del resto scusa: chi ha titolo per fare una diagnosi psicopatologica sui famigerati narcisisti? io, te, le lucidissime vittime? sedicenti psicoterapeuti che non hanno in trattamento il soggetto in questione? tutto ciò non ha alcun fondamento deontologico e professionale nella comunità clinica. tra l'altro è completamente inutile. ci sono personaggi in rete che forniscono ridicoli vademecum per sgamare i celebri mostri, utili solo a chi è ancora strutturalmente esposto all'ennesima relazione abusiva. l'interesse per il vademecum è, in un certo senso, l'interesse ancora vivo per la relazione patologica, in una nuova sgargiante veste.
non se ne esce? si, se ne esce. ma la psicoterapia non è consolazione. la consolazione, dove si rende necessaria, è strumentale. l'obiettivo è la trasformazione e l'autonomia a partire dalle risorse dell'individuo. nella migliore delle ipotesi il rapporto abusivo semplicemente non si riattua; non tanto perché riconosciuto come tale "per tempo" ma semplicemente perché non più produttivo: disinvestito. tuttavia c'è spesso grande resistenza nell'abbandono del salvagente. il salvagente è la convinzione di essere stati vittime di un abuso indicibile e il ricondurre ogni variabile della propria vita, delle proprie frustrazioni, a certi eventi ormai del tutto trasfigurati. nella psicoterapia il riconoscimento dell'abuso (che comunque non è mai la realtà sic et simpliciter) è solo il primo passo di un lungo lavoro che non si può fare da soli.
due cose: 1) la confusione nasce anche perché l'abusato teme che le violenze di cui è stato vittima vengano in qualche modo sminuite. il linguaggio psicopatologico gli serve per affermare che le sue sofferenze sono autentiche e altrimenti indicibili. ma quaesto timore è infondato: non c'è bisogno di parole chiave per dire che il dolore ha lasciato cicatrici devastanti, a cui si dà tutto il peso del caso. spesso le sofferenze si comprenderanno anche meglio parlando di tutt'altro, ma il paziente non se ne avvede. 2) l'informazione autonoma (specie se su internet, animata anche dalla più candda buona fede) senza un percorso professionale tende semplicemente a confermare e rinforzare le convinzioni (inconsciamente traballanti) dell'abusato, ovvero gonfia il salvagente. ma, detto questo, riconosco che alcune persone non riescono mai a lasciarlo andare e, forse, non riusciranno mai a superare nella loro vita il ruolo di vittima, che offre molti benefici collaterali. benché, come dice l'adagio, il diavolo faccia pentole ma non coperchi (e questo lo imparano a loro spese).
E' tornto il psychoguru, oh my god :-D
psychoguru mi piace, devo solo scoprire quali sono i miei superpoteri
Sono l'autrice dello sfogo
anonimo 19:37 del 15-10, 19:33 del 14-10, suppongo tu sia lo stesso
chi ha titolo per fare una diagnosi psicopatologica sui famigerati narcisisti? io, te, le lucidissime vittime? sedicenti psicoterapeuti che non hanno in trattamento il soggetto in questione?
Io e te, no di certo. Ma pensi davvero che un terapeuta non sia in grado di riconoscere l'abuso narcisistico in un suo paziente? Visto che sei così informato saprai sicuramente che ha delle conseguenze particolari. Saprai che tutte le vittime raccontano le stesse esperienze spesso senza sapere neanche cosa sia il narcisismo. Saprai che esiste uno schema di comportamento che accomuna quasi tutti i narcisi. E se un terapeuta riconosce che il paziente ha subito un abuso narcisistico, perché deve essere definito "sedicente psicoterapeuta" se si permette di dare il giusto nome alle cose?
in terapia mi è stato spiegato che questo disgraziato era proprio un narcisista
Il sedicente psicoterapeuta mi ha salvato la vita, tanto è sedicente.
Tu fai discorsi raffinati per proporre generalizzazioni. Si parla troppo di narcisismo dici, come la storia di "al lupo! Al lupo!", non è più il caso di crederci. Le vittime non sono lucide, il ruolo di vittima è comodo come è comodo usare termini presi dalla psicopatologia per rendere inequivocabilmente legittimo i ruolo di vittima e di mostro, i confini tra patologico e "non" sono troppo vaghi...
Ti faccio riflettere su un particolare che forse ti sta sfuggendo. È logico pensare che una certa percentuale di chi grida "al lupo" stia davvero per essere sbranata. E con questa certezza tu stai banalizzando e svalutando una situazione traumatica sotto non uno, ma ben due testimonianze di abuso, contando anche il racconto dell'anonimo delle 05:12 del 15-10.
Non credo ci sia bisogno di una laurea in psicologia per capire che sia poco delicato. Io oggi sto abbasta bene per non aver bisogno di sentirmi compresa e consolata, ma tu questo non lo sai. Non sappiamo neanche come si sente l'anonimo delle 5:12.
Anonimo 19:37. Standing ovation, applauso di sette minuti, bacio accademico, inchino e caffè pagato in una decina di bar a caso sparsi sul territorio. BRAAVO!
@Coleridge
Dai, confessa, l'Anonimo è tuo cugino.
O qualcun'altro che dovresti conosce' bene.
Coleridge e anonimo
Io vedo che in genere le gentildonne tendono a usare troppo spesso e frettolosamente la parola 'narcisismo' e i gentiluomini la usano troppo di rado e con timore.
Non è questo un atteggiamento che fa comodo a entrambi visto che solitamente il carnefice è maschile e la vittima è femminile?
Io penso proprio si.
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Be' in ogni caso e durata poco per fortuna. Lui più che manipolatore mi sembra fuori come un balcone. Non credo che farà male a molte. Ne farà più a se stesso.